domenica 10 maggio 2009

Patrimonio culturale e biblioteche

Il patrimonio bibliografico disseminato sul territorio della Regione Lazio è conservato in 422 biblioteche, la maggior parte comunali e regionali, una quota consistente collocata nelle Università, il frammento più piccolo e prestigioso costituitosi dopo l’Unità d’Italia con l’incamerazione da parte dello Stato unitario delle biblioteche degli ordini religiosi, è di proprietà statale, ed è, per lo più, situato, come tutti sanno, nel centro storico di Roma.
Fisionomia, natura, caratteristiche di queste preziose biblioteche sono strettamente legate alle radici della loro creazione e stratificazione, vincoli stupendi che le trattengono e insieme spalancano in vasi monumentali dove il progetto architettonico e l’ornato degli scaffali uniscono sensibilmente passate concezioni di conservazione, sistematizzazione e lettura pubblica mentre lo spazio destinato al deposito librario ed al lavoro dei bibliotecari appare del tutto marginale.
La biblioteca storica affascina non solo per le maestose, ecclesiali regalità dei suoi saloni monumentali ma anche per il tortuoso e scomodo snodarsi dei suoi magazzini librari, per il rapido susseguirsi degli angusti ambienti di lavoro pensati per una struttura che prevedeva un lento accrescimento bibliografico e non più di un bibliotecario e di un custode.
Non si comprende e non si contestualizza il patrimonio delle nostre biblioteche storiche se non si tiene presente che esse nascono quando quella che sapeva leggere era davvero una minoranza, ancora più irrisorio era il numero degli scrittori e limitato, rispetto ad oggi, il numero delle edizioni: venivano conservati in biblioteca non i prodotti dell’industria editoriale ma i manufatti di un sapiente artigianato intellettuale raccolti intorno al progetto costitutivo di una mente e/o di una comunità.
Questa è la natura delle nostre storiche biblioteche romane la cui ricchezza organizzata in fondi deve la sua origine a nomi come il cardinal Girolamo Casanate, l’Agostiniano Angelo Rocca, San Filippo Neri, papa Alessandro VII e a ordini religiosi come quello dei Gesuiti sulla cui biblioteca è stata fondata la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.
Le biblioteche sono organismi che crescono e,nella crescita, l’iniziale legame che unisce, in un unico impianto, organizzazione del sapere e ideazione e organizzazione degli spazi architettonici, è destinato a rompersi soprattutto se la crescita segue ritmo e andamento di missioni pubbliche molto diverse, nelle finalità e nelle ambizioni culturali, da quelle private e religiose che ne erano alla base.
Lo Stato democratico persegue ed impone l’accessibilità diffusa e gratuita al sapere. La legge sul deposito legale dei documenti accresce a dismisura il patrimonio delle biblioteche che ne sono depositarie, nel Lazio, oltre alla Nazionale di Roma per l’editoria nazionale e l’universitaria Alessandrina per l’editoria provinciale, è di questi giorni l’attivazione del deposito regionale presso l’Archivio generale della regione; le altre biblioteche pubbliche seguono come possono il ritmo della documentazione contemporanea secondo le disposizioni regolamentari e l’entità delle risorse economiche assegnate.

Ma a questo ricchissimo patrimonio, fisicamente accessibile, si è aggiunto, dall’ultimo decennio del secondo millennio, un alias virtualmente accessibile, costituito non solo dalle riproduzioni catalografiche, audiovisive e testuali del primo, ma dalla rete delle interconnessioni, dalle comunità di frequentatori, studiosi e studenti collegate alle biblioteche, dalle banche dati del flusso informativo che entrano ed escono dalla rete.
L’evanescenza, il rischio dell’ evanescenza di questa seconda categoria di Patrimonio, non ancora conservato ma frutto di investimenti, impone scelte rigorose e studio, rivisitazione e controllo dei processi digitali.
All’interno di quello che il C.N.I.P.A. definisce la “ dematerializzazione” del documento per biblioteche e archivi si presentano ancor più rilevanti problemi di conservazione dei dati e della forma, dell’impalcatura concettuale che quei dati possono aver assunto in un determinato periodo di tempo.
Per dare un ‘idea di ciò di cui parlo basta visitare il sito della biblioteca digitale italiana dove gran parte delle biblioteche hanno riversato i loro cataloghi riprodotti ed il nuovo portale cultura Italia che interconnette numerose ed importanti realtà digitali.

Nell’ultimo decennio questo problema, la conservazione degli ambienti digitali, ha iniziato a farsi strada a partire almeno dall’importante Convegno tenutosi a Ferrara nel 2000 dal titolo Conservare il Novecento.
La competenza istituzionale di studiare soluzioni appropriate è del recentemente istituito Istituto centrale per il Restauro e la conservazione del Patrimonio archivistico e librario che ha accorpato i preesistenti Istituto centrale per la patologia del libro (ICPL) ed il Centro di fotoriproduzione, legatoria e restauro degli Archivi di Stato.
Sembra che finora l’attenzione si sia soffermata più sulla salvaguardia della documentazione su formato digitale, riproduzione di cataloghi storici, riproduzione di immagini e documenti testuali e conservazione di programmi e supporti necessari ed indispensabili alla loro lettura, piuttosto che sulla salvaguardia della memoria storica degli ambienti conoscitivi, sul fare web storicamente conservato.
Un patrimonio dal valore inestimabile per lo studio della nostra cultura del secondo millennio ed una sfida che si pone a quella del terzo giacché la valenza che porta con sé nelle sue pieghe è paragonabile, ma a livello decisamente più alto, solo a quella del materiale periodico a stampa.

La legge sul deposito legale dei documenti di interesse culturale, emanata nel 2004, prevede anche la conservazione e l’archiviazione dei siti web presso la biblioteca nazionale di Firenze, da disciplinarsi mediante Regolamento applicativo emanato con Decreto del Presidente della Repubblica il 3 maggio del 2006 e da successivo regolamento inerente “le modalità di deposito dei documenti diffusi via rete informatica” che non ha ancora visto la luce.

Non si hanno, infatti, notizie sullo stato dei lavori né su gruppi di lavoro attualmente operanti. Un avviso sul sito della nazionale di Firenze fa immaginare che ci sia stata una corsa al deposito di dvd contenenti siti ed altro materiale web giacché la biblioteca sottolinea che la modalità sostenibile di conservazione allo studio,a livello internazionale, non è sicuramente quella del materiale deposito ma della cattura tramite software (crawler) da parte dell’istituzione depositaria.
La library of Congress nel suo Library of Congress web archives conserva, a partire dal 2000, una selezione di circa 2000 siti.
Ha inoltre costituito l’International Internet preservation consortium di cui fanno parte, tra l’altro,le nostre due biblioteche nazionali centrali di Roma e di Firenze, la British Library, la California Digital Library, la National Library of the Czech Republic, la National Library Board (Singapore), la National Library of Norway, la Bibliothèque nationale de France, la National Diet Library, Japan e la Library and Archives Canada col compito di collaborare per conservare i contenuti di Internet per le generazioni future.

Quali contenuti? Scelti da chi? A documentare quale cultura? E quanti dei nostri siti e delle nostre relazioni on line sono ora consultabili anche in lingua inglese oltrecché in lingua italiana?
Se è già stato superato il veicolo della nostra lingua, poco parlata e poco diffusa nel mondo, se è stata superata la nostra economia reale, quale memoria lasceremo del Paese, della storia e della cultura italiana se trascureremo vistosamente anche la salvaguardia del patrimonio digitale?

Come si sa conservazione e tutela iniziano dalla adeguata progettazione e disponibilità degli ambienti.
La crescita e la trasformazione delle biblioteche storiche ha già imposto nel secondo millennio alcuni trasferimenti logistici ed alcuni interventi architettonici ed edili.
La biblioteca nazionale Centrale di Roma si è trasferita nel 1976 nella nuova sede di Castro Pretorio e la biblioteca Angelica, circa un decennio addietro, è stata completamente ristrutturata.
Per la nazionale di Roma furono edificati circa nove piani di depositi librari e una vasta area di giardini intorno che si pensavano successivamente edificabili.
Furono creati ampi ambienti per gli uffici – si pensava ad una crescita infinita di personale - grandi spazi per l’accoglienza del pubblico, un’area servizi – banca bar e ristorante, una serie di laboratori, falegnameria, restauro, laboratorio fotografico, laboratorio per le manutenzioni elettriche, tipografia, per una struttura che si voleva statualmente autonoma, progetto studiato e attuato per una affermata centralità amministrativa appena un momento prima della stellare messa a regime della frammentazione regionale e parziale privatizzazione dei servizi pubblici.
La biblioteca Angelica fu ampliata, alla fine degli anni Novanta, con logiche già diverse: fu creata una sala espositiva, esterna alla struttura storica e a questa collegata con ascensore esterno, pensata, secondo la legge Ronchey, per un uso commerciale che si affiancasse a quello dello storico Vaso Vanvitelliano; il deposito librario fu ampliato a livello sotterraneo e si crearono nuovi spazi per gli uffici.
Ancora più tortuoso e difficile il percorso della biblioteca universitaria Alessandrina, una volta situata nel centro storico di Roma presso l’antica sede dell’Università a San Ivo alla sapienza, traferita poi, nel 1935, insieme alla Sapienza nella nuova piacentiniana Città universitaria, ristrutturata infine a metà degli anni Ottanta con lavori edilizi consegnati definitivamente nel 1987 e nuova struttura rimessa in funzione nel 1988.
Per l’Alessandrina, dati i complessi vincoli dovuti alla sua ubicazione all’interno dell’edificio del Rettorato e alla particolare concezione del deposito librario, uno straordinario castello Lips Vago ampliato negli anni Cinquanta con una nuova ala di deposito, la ristrutturazione fu solo parziale e previde solo un accrescimento degli spazi degli uffici con impietoso taglio delle maestose sale di lettura piacentiniane e modifica delle imponenti volumetrie degli anni Trenta, anche qui in base alla poco lungimirante previsione che lo spazio per il lavoro tradizionale del personale della biblioteca sarebbe dovuto essere sempre più grande e senza tener conto della incombente riorganizzazione digitale e tecnologica e della,già teorizzata, necessità di una parziale esternalizzazione dei servizi pubblici.
Le altre antiche e storiche biblioteche romane, la biblioteca Casanatense e la biblioteca Vallicelliana non sono state finora coinvolte in progetti di ristrutturazione e soffrono quindi di tutti i problemi connessi alla mancanza di spazi.

Come dunque progettare nuovi spazi per la conservazione, la salvaguardia e la tutela del patrimonio di queste biblioteche che come abbiamo accennato prima non è più solo patrimonio su supporto cartaceo e ambientale ma è anche patrimonio digitale?

E il progetto di conservazione come si può strategicamente collegare ad un mirato ed integrato progetto di valorizzazione che in concreto disegni e offra alla collettività l’apertura di quegli itinerari turistico culturali che oramai rientrano fra le finalità istituzionali dell’amministrazione dei beni culturali e fra le le principali opportunità economiche del Paese?
Credo si imponga anche per queste biblioteche romane una progettazione innovativa come quella già studiata per esempio per l’Universitaria di Genova o per la biblioteca Nazionale di Bari, progettazione che non intervenga, se non marginalmente, sulle preesistenti strutture ma si avvalga di altri spazi intervenendo sulla progettazione ambientale e di servizi pubblici messa in atto dal Comune di Roma.
Sfruttare cioè le opportunità del momento coordinando gli interventi con possibilità di risparmio per gli enti interessati.
In questo momento sappiamo che il Comune di Roma attraverso la società metro C sta ampliando la rete metropolitana romana; sono stati appena completati i sondaggi nelle aree del centro storico e sembrerebbe che in quella di Piazza della Chiesa Nuova sia possibile aprire una nuova fermata della metropolitana.
Lo snodo è uno snodo importante, situato com’è fra le propaggini del Centro storico e san Pietro e la Città del Vaticano, percorso storicamente destinato ai flussi turistici nei secoli in cui l’unico turismo era quello dei pellegrini che giungevano a Roma per visitare San Pietro e per partecipare alle celebrazioni del Giubileo; percorso tuttavia ancora attuale giacché alle pulsioni religiose di massa si sono aggiunte pulsioni conoscitive e culturali.
L’itinerario turistico culturale che parte dal Tridente per arrivare a Piazza Navona, alla Cappella Sistina e alla Basilica continua a vedere in corso Vittorio Emanuele e nella Chiesa Nuova una delle tappe artistiche e devozionali più importanti .
Una soluzione edilizia che pensi alla costruzione di un deposito sotterraneo, utile per le biblioteche del Centro a partire dalla biblioteca Vallicelliana , concepito con sistemi robottizati e corredati di servizi al pubblico ( libreria, accesso web, vendita biglietti per manifestazioni culturali ed altro…) potrebbe offrire non solo garanzie per una migliore conservazione del patrimonio ma anche per una maggiore valorizzazione e accresciuto sviluppo economico per gli operatori e le aziende del rione.
Nuovi spazi dunque per l’accrescimento delle raccolte, spazi che lascino immutato il preesistente ambiente architettonico, il decoro e il patrimonio a quell’ambiente collegato.
Nuovi spazi da inventare anche per il museo del terzo millennio, un museo- archivio del web dove conservare il chi eravamo nelle interazioni, nelle comunità, nelle e mail, nei siti e nei documenti digitali; da conservare con i supporti e i software necessari a lanciare le testimonianze del passato, ambizione d’immortalità e d’universalità comune ad ogni bibliotecario e sulla quale la storia ha sempre ragione giacché i percorsi della conservazione e della cultura tramandata sono sempre imprevedibili e, nonostante ogni nostro sforzo e progetto, casuali.

Però ci dobbiamo provare. Lo studio del domani avendo le basi e le radici nelle modalità e nella progettualità della conservazione patrimoniale dell’oggi.

venerdì 1 maggio 2009

Curzio Maltese e Veronica Lario


Da non perdere l'articolo pubblicato da Curzio Maltese sulla Repubblica di ieri e consultabile al link che indico di seguito.
Ho perso le parole di Veronica Lario ma andrò a cercarle su youtube per non avere filtri e farmi un mio parere non eterodiretto.
IL dato importante dell'articolo di Maltese é il coraggio: coraggio nello scrivere, coraggio nell'analizzare, coraggio nel farci vedere le dinamiche del potere quando governano sistemi complessi e quando governano i sistemi meno complessi che sono quelli famigliari ( e che non sono mai ininfluenti quando la famiglia è al centro della vita del Paese : gli amori di Luigi XIV, quelli di Napoleone,i mal di pancia e le malattie dei grandi della storia...)
Al di là del bellissimo articolo la vicenda é degna d'attenzione per l'intricato sovrapporsi di passioni e interessi. Come nella Francia del XVII secolo? Chissà cosa ne penseranno gli storici del futuro...

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/04/30/se-la-regina-grida-il-re-nudo.html

mercoledì 29 aprile 2009


Fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare
Cofferati e la condotta antisindacale

Da notizie di stampa ( Corriere della Sera del 28 aprile 2009) apprendiamo che Sergio Cofferati sarebbe stato condannato da un giudice del lavoro per “ comportamento antisindacale” nei confronti dei dipendenti del teatro Comunale che dirige. La condanna è avvenuta in base all’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori “ per aver tenuto un comportamento che appare idoneo ad arrecare offesa alla libertà di sciopero, a prescindere dall’elemento intenzionale”.
Non possiamo nemmeno immaginare che Cofferati non conosca le norme che regolano le libertà sindacali nel settore pubblico avendole egli stesso contribuito a crearle e a diffonderle fra i lavoratori.
E’ che fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e questo mare consiste nelle difficoltà che ogni giorno i dirigenti pubblici devono superare per far funzionare le cose senza tenerle ferme nella palude dell’ozio, per fare in modo che l’Italia sia produttiva nei servizi e nell’amministrazione.Che cresca culturalmente ed economicamente,o, quanto meno, non arretri.
Nel linguaggio del management li chiamano vincoli. Vincoli spesso ardui da superare con le zattere di cui sono dotati i dirigenti pubblici soggetti all’arrembaggio sciagurato dei piccoli e variegati potentati locali.
Benvenuto fra di noi Cofferati. Sei davvero uno dei nostri ora che sei incappato negli infortuni del mestiere.

martedì 28 aprile 2009

Progettare l’Italia
di Cetta Petrollo*

Non si può chiedere a gente che ha più di sessantanni, o poco meno, di progettare il futuro dal momento che di futuro davanti a sé ne ha poco e quel poco che c’è deve essere governato con la poca, o appena sufficiente energia che resta, detratta quella necessaria a riparare i propri acciacchi fisici, emotivi e esistenziali. I conti con se stessi insomma, conti da niente come le sciatiche, i dentisti, la pressione alta e quant’altro, conti che richiedono appunto attenzione e buon governo del sé.
Dunque il buon Governo pubblico e la progettazione di tale buon Governo dovrebbe essere faccenda da giovani, diciamo di gente anagraficamente compresa fra i venticinque ed i cinquantacinque anni, meglio fra i venticinque e i quarantacinque anni, gente alla quale dovrebbe essere lasciato spazio e strumenti per l’ideazione e l’azione.
Gente da non deprimere ma da sostenere innanzitutto con l’ascolto e poi con la generosità concreta.
Invece no. I giovani e gli adulti non lavorano. Campano. Meglio ancora tirano a campa’. Non hanno tempo per agire e pensare, persi come sono a mettere insieme, e badate bene, nel migliore dei casi, il pranzo con la cena. Per lo più infatti il mettere da soli insieme il pranzo con la cena rimane sogno inattuabile e si continua a cenare e a pranzare con i soldini di mamma e papà ancorché sposati e con prole.
Triste generazione. Triste vecchiaia la nostra che non sarà sostenuta dall’autonomia e dalla forza dei giovani. Triste il popolo che non comprende che, forse, il più alto atto di carità è quello di aiutare a raggiungere l’autonomia personale ( ridare la vista ai ciechi, il movimento ai paralitici…)
Il ceto medio italiano non è stato capace di affermare la propria centralità sociale e di scansare il piatto di lenticchie ripetutamente offerto ai padri per garantire il raccolto del grano ai propri figli. Egoismo? Protagonismo? Incapacità di visione collettiva? Chi lo sa. Non tutto dipende da noi, l’economia è economia globale e forse la foresta abbattuta in altra parte del mondo ha innescato anche da noi processi di cui abbiamo perso il controllo.
Tuttavia esistono doveri morali ai quali non possiamo sottrarci.
Il dovere di pretendere che tutti abbiano un lavoro ad esempio.
Il dovere di pretendere giustizia retributiva per tutti.
Ci tocca continuare ad insistere in ogni modo e con ogni strumento affinché le responsabilità siano bene retribuite.
Ci tocca pretendere concorsi pubblici per i giovani, giovani impiegati, giovani funzionari, giovani insegnati, giovani presidi, giovani medici e giovani dirigenti.
E se le risorse non si sa dove trovarle basterebbe riformulare i contratti.
Insomma alla visione particolare dovrebbe in questo momento subentrare una visione globale eticamente impostata che possa permettere nel giro di poco tempo ai giovani di ritrovare la forza per progettare il futuro del nostro Paese.